Cronache marziane / Primo maggio, la festa più importante, ma se ne è perso il reale valore

CRISTINA SALVATORE

  1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.

2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi. Chi sta pensando che queste poche righe siano state estrapolate da una delle numerose fiabe dei fratelli Grimm potrebbe restarci molto male. Infatti si tratta dell’Articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e, anche se a causa dei numerosi “le faremo sapere” spesso ci sentiamo più simili a larve di pidocchio o a tuberi di rapa sepolti in profondità, senza ombra di dubbio riguarda tutti gli esseri viventi caratterizzati da postura eretta, visione binoculare e capacità di maneggiare gli utensili.  Da non inserire nei caratteri distintivi di specie la complessità del cervello umano poiché la scienza moderna  ha recentemente scoperto la totale assenza di questo organo in più di qualche individuo.

Le origini della festività del 1°maggio d’altronde sono nobili e di tutto rispetto: una manifestazione organizzata nel 1886 a Chicago (conosciuta come rivolta di Haymarket)  nei primi giorni di questo mese, sfociò in scontri violentissimi.

In quell’epoca, infatti, i lavoratori non avevano diritti e venivano sfruttati anche per sedici ore al giorno in pessime condizioni, morendo spesso sul posto di lavoro.

Il 1° maggio 1886 fu indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti per ridurre la giornata lavorativa a 8 ore e  la protesta durò tre giorni culminando col massacro di undici persone durante la repressione.

Ora, se queste persone fossero in vita oggi e si rendessero conto di essersi sacrificati invano, di aver combattuto per poi  assistere al proliferare del lavoro in nero mentre centinaia di operai continuano a perdere la vita esercitando il loro di diritto alla dignità, quella giornata lì, senza ombra di dubbio, l’avrebbero  dedicata al giardinaggio o ad un picnic sul lago Michigan.

Come se non bastasse, a Campobasso alcuni supermercati sono rimasti aperti per ricordare ai propri dipendenti quanto sia indispensabile il mestiere che svolgono in occasione della Festa dei lavoratori:  fornire tutto quello di cui gli altri hanno bisogno per andare divertirsi.

Per fortuna non esiste una festa del lavoro in nero, altrimenti si sarebbe bloccata tutta Italia, compresi i supermarket per mancanza di frutta e ortaggi sul bancone, che i pomodori stavolta dovete andare a raccoglierli voi nelle campagne!

Eppure il 1° maggio è una signora festa: la madre di tutte le feste. Per importanza supera pure San Valentino e il 25 aprile. Perché, scusate se è poco, la liberazione senza lavoro è come forfora senza capelli: non può esistere. Sarebbe la continuazione di una schiavitù . E quindi sono nati, come primule di bosco, pensieri e concetti che nel tempo si sono trasformati in aforismi e citazioni ‘già pronti’ da condividere sui social:

“Il meglio del vivere sta in un lavoro che piace e in un amore felice” (Umberto Saba).

Ecco. Immaginate che schifo di vita può affrontare chi fa un lavoro sgradito ed è pure stato mollato dal consorte per futili motivi.

Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista” (San Francesco d’Assisi).

E qui andrebbe aggiunta la quarta opzione: chi lavora per raccomandazione è un miracolato senza grazia.

L’amore e il lavoro sono per le persone ciò che l’acqua e il sole sono per le piante” (Jonathan Haidt).

Quindi ci toccherà morire al buio, pallidi, ciechi, secchi come il deserto iraniano del Lut e magri quanto un francobollo di profilo.

È di fondamentale importanza combattere l’ingiustizia anche a costo della propria vita” (Gandhi).

È per questo motivo che le ribellioni più significative si svolgono sui social, dal divano. Rischiare di farsi male in piazza e poi dover aspettare tre anni per una Tac è un deterrente per i prodi rivoluzionari 2.0.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati” (Pablo Neruda).

E questo è il motivo per cui le città sembrano abitate da scontrosi, insoddisfatti ‘morti che camminano’, abbandonati al loro destino da quelli che si sono trasferiti alle Canarie per aprire un ristornate su Playa de Las Teresitas, nella ‘invivibile’ e ‘pericolosissima’ Tenerife, e dai più coraggiosi che hanno lasciato casa e famiglia diretti persino in Amazzonia pur di dare un senso a studi costati sacrifici o, semplicemente, pur  di fare quello che li rende felici.

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