
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO DA Maria Giovanna Gavioli, Ermanno Tagliaferri, Annachiara Nisticò, Demetrio Maltoni e Pierluca Di Stefano
Scriviamo da fedeli e da cittadini con una domanda semplice, ma evidentemente non così scontata: il Venerdì Santo è ancora il Venerdì Santo, oppure è diventato – senza che ce ne accorgessimo – una via di mezzo tra una commemorazione religiosa e una sagra di paese?
Proviamo, con un minimo di disciplina retorica, a mettere ordine.
1. Il tema è elementare: il Venerdì Santo è il giorno più austero dell’anno liturgico cristiano. Non è una festa, non è un’occasione conviviale, non è uno spazio neutro da riempire “con qualcosa”. È il giorno della Passione di Cristo. Inserirvi bancarelle di dolciumi e arachidi non è una sfumatura folkloristica: è una stonatura evidente.
2. Da una parte processioni, silenzio, raccoglimento; dall’altra zucchero filato e sacchetti di noccioline. Non serve grande acume per vedere che qualcosa non torna. O tutto diventa scenografia, o nulla è più preso sul serio. E in entrambi i casi, il risultato è lo stesso: si svuota il senso.
3. Concedeteci un filo di ironia, ma nemmeno troppa: se questo è il livello di comprensione della dottrina cattolica, siamo davvero alla frutta. E non in senso metaforico, ma quasi da banco vendita. “C’è un tempo per ogni cosa” (Qoèlet 3,1): evidentemente, però, abbiamo deciso che ogni tempo è buono per vendere qualcosa.
4. La tradizione non è un soprammobile da spolverare una volta l’anno, né un contenitore da riempire a piacimento. Se non si riconosce più la differenza tra il Venerdì Santo e una festa qualsiasi, il problema non è delle bancarelle: è della memoria che si è smarrita.
5. Per questo, più che un auspicio, formuliamo una richiesta chiara: che l’Amministrazione comunale e l’Arcivescovado evitino, per quel santo giorno, l’installazione di bancarelle incongrue. Non è una battaglia ideologica, è una questione di coerenza minima.
Se anche questo appare eccessivo, allora il problema è più serio di quanto sembri.
In fondo, non si tratta di proibire qualcosa, ma di capire dove ci si trova. Perché se il Venerdì Santo diventa indistinguibile da qualsiasi altro giorno festivo, non è solo un problema di gusto: è una resa culturale.
Con rispetto, ma senza troppi giri di parole”.