Cronache marziane / Gay Pride in Molise e la polemica corre via social

WLADIMIR LUXURIA GUADAGNO PRC

CRISTINA SALVATORE

Molise Pride 2018? Ed è subito polemica. L’idea dell’ex parlamentare Vladimir Luxuria di lanciare la manifestazione arcobaleno nelle isolate terre molisane è stata accolta da una parte dei cittadini con critiche accese e rigorose.

“Se siamo riusciti a Latina – le parole della Luxuria possiamo farlo anche a Campobasso”. In realtà alla signora Vladi è sfuggito un piccolo particolare: se si riuscirà a farlo a Campobasso sarà possibile pensare di portare la manifestazione anche in Medio Oriente.

La querelle è di quelle che infiammano facilmente gli animi tra opposte fazioni: i favorevoli alla libertà di manifestare e i contrari alla possibilità di permettere la manifestazione. Perché qui è in gioco il diritto stesso di poter scendere in piazza che si trasforma in doppia negazione: quella di formare il corteo e quella di poter chiedere diritti ed eguaglianza per tutti attraverso il corteo.

Alcuni commenti sprezzanti postati sui social, diventati virali poiché condivisi anche sulle bacheche degli attivisti sparsi per la nazione, hanno provato a spogliare il Molise della fascia Arcobaleno 2018 per regalare a questa piccola regione un più sobrio niqab nero uniforme.

Ma in cosa consiste questo Pride? Intanto è corretto scollegarlo alla parola gay perché la manifestazione della “fierezza di essere sé stessi” è qualcosa che tocca il singolo, qualunque sia la preferenza in ambito sessuale, e anche perché chi prende parte all’evento è l’intera comunità LGBT, unita alla massa di sostenitori etero dei diritti uguali per tutti. Famiglie, parenti, bambini, just married, amici e sconosciuti solidali. I detrattori hanno portato avanti la loro battaglia contro la possibile marcia nel capoluogo di regione aggrappandosi ad immagini (le solite riportate spesso come esempio di squallore per delegittimare le intenzioni ma che in realtà fanno riferimento a Pride oltreoceano o comunque fuori nazione) che uno dei più grandi motori di ricerca del web mette in primo piano quando la curiosità spinge a cercare informazioni a riguardo. Eppure non vi è traccia di nudo osceno nella gran parte dei cortei che hanno sfilato nel Belpaese in questi anni (anche se il Pride nel mondo è volutamente pittoresco), mentre è colmo di bandiere arcobaleno, visi dipinti, sorrisi e ragazzi che si tengono per mano, o che si baciano, chiedendo di poterlo fare sempre alla luce del sole, esprimendo così l’immenso valore della diversità e il sacrosanto diritto alla felicità condivisa.

Tra i commenti più feroci, nati dentro le mura crepate di diversi gruppi Facebook di casa nostra, è possibile annoverare quell’ormai virale “non siamo noi normali eterosessuali italiani – il maiuscolo è parte integrante dello scritto- a dare problemi a loro!”. O quel “che schifo”, come quando pesti una cacca di cane o trovi una mosca morta di incuria dentro pizza e minestra. Ma anche “bene, così vediamo chi sono!”, come quando si aspettano le foto segnaletiche di delinquenti incalliti dalla questura.

“Non siamo omobofi però…”: ecco, quel “però” è come l’improvvisa invasione delle cavallette. Distrugge tutto. E via così, fino a scrivere una delle pagine più tristi della nostra fragilità umana. La prima frase, poi, contiene al suo interno una doppia lettura dalle cinquanta sfumature di grigio depressione: sottolinea la normalità che appartiene solo a chi ama una persona del sesso opposto e fa un distinguo tra i “normali italiani” e i “normali negri, gialli, rossi e marroncini”. Un minestrone di tolleranza che se Gandhi fosse vivo sarebbe comunque morto. E magari, poi, vai a scoprire che non tutte le persone che indossano abitini minimal in pubblico danno il medesimo fastidio. Si tratta quasi sempre degli stessi individui che quando passa una donna con la gonna ascellare riescono a roteare il collo che gufi e barbagianni in confronto sembrano rigidi rattrappiti. Quelli che, mentre la signora procace sta chiedendo loro dove si trova il Cardarelli, con gli occhi indicano palesemente che la struttura è proprio lì, in mezzo alla piega verticale del petto. Quelli che si scandalizzano ad intermittenza, come le lucine dell’albero di Natale. Solo che il Natale capita una volta l’anno, loro sempre. Quelli che trovano perfetta la donna con il sedere al vento nella pubblicità dell’antiparassitario per il roseto ma fuoriluogo un bacio tra amanti nel roseto.

Ora, è pratica comune polemizzare ancor prima che si palesi materialmente un qualunque evento. Succede da sempre e non insegna mai abbastanza. E’ concepibile che si possa avere pareri diversi anche su questioni di cui si conosce nulla o a cui non si è mai preso parte. Ed è quindi un diritto scegliere di disertare qualsiasi tipo di manifestazione senza la paura di essere interrogati il giorno dopo. Libera scelta. Ma esiste sempre un modo per uscire con eleganza da situazioni che creano disagio, che non si condividono. Le parole, come diceva il buon Nanni Moretti, sono importanti. Feriscono, umiliano, distruggono e spesso uccidono. Ci sono tantissimi adolescenti ancora in cerca della propria identità, ragazzini che oggi hanno facile accesso alla rete e in questa trovano o supporto o conferma del loro sentirsi sbagliati, che soffrono per desiderare un rossetto invece di un pallone o viceversa. Ci sono coppie consolidate che non hanno possibilità di assistere il proprio caro in ospedale e, prima che per la sanità in generale, vogliono manifestare per il diritto a sedere al capezzale del compagno. Ci sono tantissime sfumature arcobaleno in cui rientrano infinite tipologie di persone, etero e omo. Chi può dire cosa è più importante, cosa ha la priorità, cosa è normale e a chi si deve assomigliare? La volgarità è in un vestito o in un pensiero?

Si è anche fatto il paragone con le critiche taglienti rivolte ai raduni in difesa della famiglia naturale, e a questo punto bisognerebbe capire perché: forse è lecito manifestare per i propri diritti ma è contro ogni forma di buon senso umano manifestare per negare gli stessi diritti al prossimo in base a convinzioni personali? Questo va contro ogni forma di carità cristiana e sottolinea che la legge non è uguale per tutti. Ecco, se dovesse essere accolto l’appello dei rappresentanti del movimento arcobaleno, in Molise scenderanno in strada tutte quelle persone che avranno a cuore l’abolizione delle differenze, delle discriminazioni e il diritto ad una esistenza vissuta alla luce del sole. Chi vorrà esserci, ci sarà. Chi vorrà fare una gita fuori non avrà che l’imbarazzo della scelta in un Molise pieno di meraviglie.

In ultimo, occorre spiegare che qualsiasi termine che finisca in “fobia” indica uno stato invalidante, una paura immotivata a carattere patologico. L’omofobia è una malattia, chi ne risulti affetto dovrebbe parlarne con il proprio medico.

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