Festa della donna, nel mondo la parità di genere è ancora un’utopia: l’Italia non è da meno. Nel Belpaese l’80% degli incarichi politici e istituzionali è in mano al ‘sesso forte’

GIUSEPPE FORMATO

Si festeggia oggi, domenica 8 marzo 2015, la ‘Giornata Internazionale della Donna’, più semplicemente conosciuta come festa della donna. Nel mondo e in Italia la parità di genere è un obiettivo ancora da raggiungere.

I dati sono forniti dal World Economic Forum (WEF), che pubblica ogni anno, dal 2006, una ricerca tesa a quantificare la disparità di genere nel mondo: il cosiddetto Global Gender Gap Report.

Il rapporto permette di fare una comparazione tra i Paesi, individuandone i miglioramenti e i peggioramenti in base a quattro criteri: economia (si considerano salari, partecipazione e leadership), salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita), istruzione (accesso all’istruzione elementare e superiore) e politica (rappresentanza).

Nel rapporto si evince che la parità di genere è una ‘necessità assoluta’, perché è una ‘questione di giustizia’, ma anche perché la parità corrisponde a una maggiore competitività e prosperità dei Paesi dal punto di vista economico.

“Un maggior numero di donne che partecipano al processo decisionale – si legge nel rapporto – permette decisioni rivolte a un segmento più ampio della società e, quindi, di ottenere risultati che interessano a un maggior numero di persone”.

Sono 142 i Paesi presi in considerazione e nessuno ha raggiunto al 100% la parità tra uomini e donne.

La parità nel mercato del lavoro e nella distribuzione della ricchezza, in generale, è arrivata al 60% e i miglioramenti dal 2006 sono stati di appena quattro punti percentuali: ciò significa che occorreranno altri 81 anni (dati del 2014) per raggiungere la piena parità tra i sessi nel settore economico e lavorativo.

La disparità più bassa di registra nel settore della salute e della sopravvivenza (96%); mentre, a livello di istruzione la parità è al 94%. In quest’ultimo caso, sono 35 i Paesi ad aver eliminato il gap.

Dal 2006, anno del primo rilevamento, i miglioramenti più rilevanti si registrano nel settore della politica, ambito nel quale però si evince il divario più ampio tra uomini e donne.

La percentuale di parità è solo al 21%: tradotto in termini numerici, le donne hanno una rappresentanza di due ogni dieci persone impegnate attivamente in politica.

In via generale, la classifica sulla parità dei generi è guidata dai Paesi del Nord Europa, che hanno ridotto la disparità di oltre l’80%: nelle prime cinque posizioni ci sono Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca. In ultima posizione c’è lo Yemen, dove si registrano alti tassi di mortalità e di analfabetismo tra le ragazze di età compresa tra i 6 e i 14 anni.

Tra i principali Stati europei: la Germania si trova al 12° posto; la Francia al 16° (netto miglioramento grazie all’aumento di donne in politica), la Gran Bretagna al 26°; la Spagna al 29°.

Potrebbe sorprendere il settimo posto del Rwanda, risultato ottenuto grazie alle elezioni del settembre 2013: le donne hanno conquistato 51 seggi su 80 della Camera bassa. E il loro ruolo è stato fondamentale nella ricostruzione del Paese dopo il genocidio del 1994, quando furono colpite dagli scontri etnici con abusi sessuali e stupri di massa. Da allora, la partecipazione delle donne rwandesi a tutti i livelli della società si è fatta più attiva.

L’Italia si trova al 69° posto su 142 paesi: peggioramenti si sono registrati nel settore economico, ma uno degli indici peggiori è quello relativo alla partecipazione delle donne nel mondo del lavoro (88° posto) e, soprattutto, la retribuzione a parità di mansioni (addirittura il 129° posto).

L’Italia ha guadagnato qualche posizione nella classifica generale, grazie al fattore della rappresenta politica (37° posto). Per differenza nel livello di scolarizzazione tra uomini e donne, l’Italia è al 62° posto; per quanto riguarda le aspettative di vita in buona salute è al 70°.

La disuguaglianza in Italia tra uomini e donne: dal Quirinale ai Comuni, passando per i Ministeri, il Parlamento, le Regioni e le Province, quasi l’80% degli incarichi istituzionali è in mano agli uomini. L’analisi della rappresentanza di genere descrive un quadro chiaro: le donne costituiscono il 19,73% sul totale dei ruoli politici elettivi o di nomina.

L’incidenza è chiara nei Consigli regionali, dove è ‘rosa’ il 13,71% dei seggi: sono 146 le donne a fronte di 919 uomini sul totale complessivo di 1.065 consiglieri regionali.

In Sardegna le donne sono 4 su 60; in Molise 3 su 21 senza le rappresentanti del gentil sesso in Giunta; in Calabria sono appena 2 le donne su 51 consiglieri regionali.

Parlamento italiano: alle elezioni del 2013, al Senato, furono elette 86 donne su 315 Senatori, pari al 27,3% dei seggi (nella precedente legislatura la percentuale era del 18,7%); mentre, alla Camera, sono state 198 le donne sul totale di 630 seggi, pari al 31,4% (nella precedente legislatura la percentuale era del 21,3%).

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