Gli Osso di Seppia sul palco di Barolo per il Collisioni Festival. “Cantiamo ciò che non trova spazio nella società”

LUDOVICA COLANGELO

“Il nostro obiettivo è recuperare ciò di cui nessuno vuole parlare, di portare sulla carta le sottigliezze della vita per svolgere un’attività simile a quella degli ossi di una cartilagine. Esempio per capire ciò è proprio l’osso di seppia da cui prendiamo il nome. Esso, infatti, resiste nel corso del tempo così come noi parliamo di alcuni temi nonostante la società nella quale viviamo non lasci spazio al ricordo e al sentimento”.

 È questa la strada principale percorsa della band molisana Osso di Seppia che lo scorso 15 luglio, a Barolo ha preso parte al Collisioni Festival.  L’evento a cui hanno partecipato i rappresentanti della formazione molisana è una manifestazione popolare di letteratura e musica che da sette anni, pur vedendo la presenza di artisti importanti, come è stato nell’edizione 2017 con Renato Zero e Robe Williams, lascia molto spazio alle giovani band.  A costituire l’anima del festival, infatti, sono proprio i gruppi emergenti che non solo, sono coinvolti in modo attivo nella manifestazione, ma hanno anche il compito di far giungere in Piemonte stimoli freschi ed innovati.

Si tratta, quindi, di un’esperienza importante per chi muove i primi passi nella musica e ciò emerge chiaramente dalle parole dei componenti del gruppo Irene Rivellino, Vincenzo Sarli, Giovanni Marino, Fausto Baranello e Daniele Valerio.

 “Il Collisioni era la prima possibilità per fare un’esperienza fuori dal Molise e, quindi, – raccontano – un modo per vedere come si lavora oltre la piccola regione. L’avventura in Piemonte è stata molto bella e ci ha insegnato molte cose. Abbiamo capito, ad esempio, che stiamo lavorando bene ma che c’è ancora tanta strada da fare. Da un lato,  infatti, ci siamo trovati di fronte a situazioni nuove come dover rispettare delle scadenze e vivere un backstage, dall’altro è stato bello notare come le persone si siano fermate per ascoltare la nostra musica. Noi non eravamo gli unici molisani presenti alla manifestazione, infatti, nostro compagno di viaggio è stato il gruppo Arx”.

Vivere il festival a Barolo insieme alla band Arx è stato casuale?Siamo amici e ci conosciamo da molto tempo. Stiamo cercando, inoltre, di organizzare anche dei concerti insieme. Il Collisioni è stato un modo per condividere un’esperienza non solo di amicizia, ma anche musicale”.

In contesti simili, per ragazzi così giovani, quanto è grande la paura di fare una brutta figura? “Il timore è molto elevato perché il pubblico non conosce chi si esibisce e tutto si gioca su una sola performance. In Molise, infatti, gli spettatori un minimo ci conoscono, sanno chi siamo e cosa facciamo.  In eventi come quello a Barolo la musica proposta viene apprezzata solo se la band, nel corso della performance, sta suonando bene”.

Quella raccontata dagli Osso di Seppia è la paura di chi sul palco porta parte del proprio vissuto, delle proprie idee ed esperienze. La giovane band, infatti, produce sia i testi che la musica da proporre agli ascoltatori.

Di cosa parlano  le canzoni che scrivete? “Irene Rivellino, la cantante del gruppo, si occupa della stesura delle canzoni. Gli altri componenti, invece, si dedicano all’aspetto musicale. Nel primo album, dal titolo ‘Una nuova medicina’ abbiamo unito diversi argomenti. Dalle storie d’amore ai matrimoni falliti, fino a toccare temi di uno spessore ancora più profondo. Un esempio è la canzone ‘Il disegnatore di vortici’ che esprime la nostra visone sul mondo e sulla realtà attuale. Il testo tratta della violenza senza un motivo alla base con la quale il mondo deve fare i conti nell’ultimo periodo. Il titolo del brano, infatti, è la metafora del terrorista e, quindi, di colui che diffonde paura in modo gratuito, incontrollato ed imprevedibile”.

Toccare determinate tematiche in giovane età è una caratteristica insolita? “Crediamo che i nostri coetanei e anche i ragazzi più piccoli si siano resi conto di non poter più far finta di nulla. Non pensiamo di fare qualcosa di straordinario, però, probabilmente gli argomenti delle nostre canzoni sono un modo per avvicinare a determinati temi chi, di solito, osserva in modo passivo cosa accade del mondo”.

E proprio la voglia di cantare i mali e i problemi del momento storico attuale degli Osso di seppia ha trovato spazio nel disco ‘Una nuova medicina’ che sarà pubblicato a settembre.

Da cosa nasce l’idea dell’album? “Il gruppo ha due anni di vita. I primi tempi ci occupavamo solo delle cover, ma dopo un poco volevamo realizzare qualcosa di nostro. In questo modo abbiamo iniziato a scrivere fino a renderci conto di avere tra le mani un bel progetto. Si tratta di testi che non potevano essere non sfruttati e rimanere sconosciuti. L’album è autoprodotto e ha visto la realizzazione di una campagna per raccogliere fondi. Una nuova medicina pur essendo un punto di partenza è un gran bel risultato”.

Quella della musica è una passione che, pur avendo un ruolo importante nella vita dei giovani molisani, riesce a trovare un equilibrio con altri impegni.

Oltre all’attività  nel gruppo cosa fate nella vita? “Siamo tutti degli studenti universitari. Nessuno vive in Molise. Quasi tutti siamo a Roma per studio”.

Come fate per vedervi? “Cerchiamo di trovare un punto di incontro. Spesso ci riuniamo a Roma oppure a Campobasso”.

Irene cosa pensi del ruolo delle donne all’interno della musica? “C’è sempre stata, soprattutto in passato, una tendenza sessista nell’ambito musicale. Si tratta di un aspetto che, ai giorni nostri, è stato superato abbastanza. Ad esempio, infatti, non è più insolito incontrare una ragazza che suona strumenti come la batteria”.

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