La politica molisana è al palo: le colpe? di tutti e di nessuno

MASSIMO DALLA TORRE

E’ proprio vero quello che si afferma da più parti che la politica molisana resta ferma al palo. Un’affermazione che allo stato dei fatti permette di riassumere gli accadimenti in pochi punti.

Primo; in una regione come il Molise la politica è da accomunare alle vicende degli “allegri bandisti di Brema, non perché non è di qualità, ma perché si utilizzano strumenti non sempre accordati tra loro. Secondo; chi fa politica è troppo legato ai palazzi del potere extra territorio e questo per una regione che potrebbe essere un laboratorio di innovazione non è bene. Terzo; oltre a non esistere il ricambio generazionale, qualora esista è improntato al riciclaggio e al cambio di casacca che vede costantemente il passaggio, senza alcun pudore, da destra a sinistra e viceversa rinnegando le idee e soprattutto le promesse fatte all’elettore. Quarto; non è permesso, se non a pochi di entrare nel “parterre” di chi conta; ecco il perché la corsa senza esclusione di colpi alle cariche anche quelle più insignificanti.

Per queste quattro ragioni, ma se ne potrebbero citare altre cento, sono certo di aver centrato il bersaglio. Un bersaglio che, nell’inconsistenza delle argomentazioni, che quotidianamente ci sono propinate, fa assurgere al ruolo di protagonista, per giunta in negativo, chi usa il sotterfugio, l’inciucio, e gli accordi sotto banco tanto da tracciare, se le cose non cambieranno, la via del disfacimento. Argomentazioni che, nella sterilità delle azioni ma soprattutto delle affermazioni dei vari esponenti della classe politica locale, mostra come il fare politica, quella vera e non quella delle chiacchiere da bar, è un optional.

Argomentazioni vuote che si fanno sempre più pressanti con la speranza di illuderci, senza sapere che siamo stanchi delle messe in scena alquanto plateali che hanno portato al dissolvimento dell’identità “Molise”.

Insomma un vero e proprio quadro i cui toni non sono incentrati su colori chiari, solari bensì, oscuri, foschi, poco leggibili ma soprattutto male interpretabili che neanche Jeronimus Bosh, il maestro fiammingo del 500, nelle sue visioni alquanto allegoriche avrebbe saputo trasporre sulla tavolozza. Una tavolozza che vede un affastellarsi di pennellate in cui domina l’indefinibilità e l’enigma.

Purtroppo, questo è lo stato dei fatti. I quali, ci costringono ad assistere attoniti e impotenti a quanto accade. Fatti che un detto locale spiega inequivocabilmente “non ci vuole la zingara per indovinare la ventura”. Fatti che ci condannano a essere il fanalino di coda in una nazione dominata da tanti “Tafazzi” il personaggio portato all’attenzione dei telespettatori dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo.

Fatti che mostrano il Molise sfaldarsi come la famosa torta “sbrisolona” il dolce Mantovano. Fatti dove è estremamente difficile operare. Fatti in cui la vecchia “nomenklatura” è ancora imperante, ed è per questo che dopo lo start rimarremo ancora per lungo tempo al palo.

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