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Una campobassana in mostra nel Palazzo che ospita le opere di Andy Warhol. “Mare Mediterraneo”, l’esposizione dell’artista Luciana Picchiello

luciana picchiello (1)

EDOARDO CENTRACCHIO

Le vite degli uomini si compiono sotto le costellazioni. Talvolta imprevedibili, molto spesso dolorose e capaci di condurli lontano dalla propria terra d’origine, oppure di farli naufragare in mezzo a quel mare che, si è scelto di attraversare alla ricerca di una vita più dignitosa. E’ questo il filo conduttore della mostra “Mare Mediterraneo”, dell’artista campobassana Luciana Picchiello curata dal docente dell’Unimol, Lorenzo Canova, che si terrà a partire da domani, lunedì 28 luglio e fino al prossimo 10 settembre, al Palazzo delle Arti, in via dei Mille a Napoli.

Nel luogo simbolo dell’arte contemporanea che attualmente ospita le opere del padre della Pop Art, Andy Warhol, la Picchiello presenta l’installazione in ferro e bronzo già esposta all’Archivio di Stato di Bari nel 2012, e altre opere recenti, frutto di una ricerca condotta dall’artista sul destino tragico di chi, fuggendo da condizioni di vita problematiche, rischia la vita cercando di approdare in una realtà migliore. Trovano spazio però anche lavori in ferro, rame e fotografie d’epoca che riproducono il destino di molti italiani che, negli anni passati, hanno sofferto il distacco dalla loro terra e trovato poi la morte in Africa o in America. Altre opere sempre in ferro rappresentano poi situazioni, luoghi e persone che non esistono più o che sono irrimediabilmente mutati.

In un’esclusiva intervista, alla vigilia dell’importante mostra, la Picchiello si racconta a CBlive.

 

Cosa rappresenta e come è nata l’idea di questa esposizione?

“Questa mostra è il frutto del lavoro degli ultimi anni e le opere in ferro, fotografia e rame rappresentano gli elementi più essenziali di questa esposizione che si compone di tre parti. Una è data da un’installazione in ferro e bronzo chiamata “Mare Mediterraneo” che occupa una stanza. Si tratta di un’opera che nella mia mente ho concepito a partire dal 2009, ma fattivamente è stata realizzata solo nel 2011. È stata compiuta per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema degli emigranti che attraversano il Mediterraneo e che, molto facilmente, proprio in acqua perdono la vita prima di realizzare il proprio sogno. Questo è un problema molto complesso e, quindi, questa è un’installazione che serve a dire cose che tutti sappiamo ma che, presi dalla vita quotidiana, spesso dimentichiamo o che magari ci scivolano addosso con indifferenza.

Poi ci sono 30 fotografie di barche, le cosiddette “Carrette del mare”, fotografate nel mio ultimo viaggio in Sicilia.

Inoltre c’è un gruppo di opere chiamate “Stanze”, sempre in ferro e fotografia d’epoca, dove ci sono cose, panorami e persone che non esistono più.

Successivamente c’è un altro gruppo di opere in ferro, fotografia e rame dove sono raffigurate le costellazioni, non dei segni zodiacali, sotto le quali si svolge e si compie la vita degli uomini. Un discorso questo che si riallaccia alla tematica degli emigranti, ma che si riferisce a quando questi ultimi partivano da qui in cerca della loro fortuna altrove”.

Cosa pensa sia cambiato da ieri a oggi?

“In realtà c’è una sorta di parallelo tra ciò che succede oggi e quello che succedeva una volta. Sicuramente non in maniera così drammatica, ma forse potremmo dire ‘diversamente drammatica’ perché, comunque c’era un distacco dalla propria terra natia e dagli affetti più cari che dovevano essere abbandonati per andare in cerca di lavoro. Nell’esposizione trovano posto proprio le foto degli italiani espatriati che hanno trovato la morte lontano dalla loro terra.Insomma, in questa mostra ho voluto collegare vari problemi, varie tematiche a cui sono sensibile. In questi anni ho composto tutto questo unicum di lavori dai quali è venuta fuori questa personale.

Se dovesse definire questa esposizione?

“Certamente molto stringata, molto concettuale, come è stata definita anche dal curatore Lorenzo Canova. E’ un’esposizione dove non lascio adito alla retorica che è una cosa che io nell’arte proprio non concepisco. E’ qualcosa  che non mi piace, oltre che uno dei principali motivi per cui non uso il figurativo pittorico, ma prediligo la fotografia. In modo particolare se si tratta di andare a toccare temi forti, perché la fotografia esprime un concetto in maniera pulita, semplice, senza artifici”.

Cosa significa essere in mostra al Pan, dove attualmente sono esposte le opere del padre della Pop art, Warhol?

“Napoli è uno dei posti che ho nel cuore e che mi è più caro. Nella città partenopea ho già esposto altre due volte: una alla Casina Pompeiana nella villa comunale di Napoli e un’altra a Castel dell’Ovo, nella Sala delle Prigioni. Entrambe sono state esposizioni personali, quindi questa è la terza.

Scegliere Napoli significa prediligere il mio punto di riferimento, dato che è una città importantissima per l’arte contemporanea. Lo stesso Pan, insieme al Museo Madre, sono i due posti deputati all’arte contemporanea di importanza internazionale.Quindi per me questo rappresenta un importante passo avanti per il mio percorso artistico”.

Un posto molto importante quindi, come è stato l’iter per approdare nelle sale del Pan?

Non è facile scegliere questa location, perché bisogna presentare un progetto, avere delle opere valide, passare al vaglio delle commissioni che ti esaminano e che valutano il lavoro. Io ci ho provato ed, evidentemente, le opere sono piaciute, quindi, sono andata avanti.

Mi hanno dato un grande spazio, al secondo piano, ben cinque sale e staremo a vedere come andrà questa esperienza”.

Come è nata la sua arte e a cosa si ispira Luciana Picchiello quando crea?

“Mi occupo di arte da quando ero ragazzina. Sono partita con il figurativo tradizionale anche se ho sempre avuto un taglio molto personale anche in quel campo. Poi ho fatto un percorso di sperimentazione, pasticciavo molto con acquerelli, tempere, oli. Facevo un po’ di tutto, perché mi piaceva trovare sempre un nuovo modo per esprimermi.

Non mi interessavano le cose già dette, già fatte, tutto ciò che è scontato.

Mi buttavo in cose sempre nuove e mi piaceva sperimentare uno stile mio che non avesse alcuna paternità. Successivamente sono passata all’astratto, alla sperimentazione vera e propria e, utilizzando materiali e tecniche diverse, dopo tanti anni di lavoro, sono poi giunta alla conclusione di non aver fatto nessuna scelta di stile, proprio perché io vivo l’arte come un percorso che non sai dove ti porta. Ti può condurre molto lontano o, magari anche da nessuna parte”.

Dunque una continua sperimentazione che non ha ‘modelli’ ?

“Come tanti altri artisti, nel mio cammino ho attraversato delle fasi, per cui non mi sono fermata in uno stile, ripetendo sempre le stesse cose, altrimenti sarei arrivata ad annoiarmi, quindi mi servo di tutti i modi e di tutti i mezzi che ci sono a disposizione per esprimere un concetto. E poi non solo non mi sono ispirata, ma ho proprio evitato, in maniera conscia, di ispirarmi perché non mi piace essere accostata a qualcun altro. Voglio essere soltanto Luciana Picchiello, sia se faccio bene, sia se faccio male. Voglio avere la mia libertà di espressione.

Mi esprimo anche con la pittura, perché ho il colore nel mio Dna, infatti, quando ho del colore in mano spazio molto; però in questi ultimi anni mi sto esprimendo molto di più con lavori tridimensionali, ma anche con i video, con le video performance, con altre forme espressive”.

 Qual è il posto dove preferisce lavorare e creare?

“Finché posso creo a casa. Per le opere in ferro invece vado dal fabbro. E’ una persona molto accondiscendente nei miei confronti, forse perché lo rendo partecipe dei miei progetti”.

Qual è, e ovviamente se c’è, una sua opera che le è più cara?

“In realtà non ce n’è una che mi è particolarmente cara. Le mie opere sono come i figli che non ho, per cui le reputo tutte frutto di un parto mentale”.

 Esporrà in un posto importante a Napoli, ma che rapporti ha con il Molise?

“In Molise sono molto conosciuta come artista, ma già da molti anni ho guardato oltre i confini regionali. Il mio curriculum è pieno di mostre fatte fuori regioni, anche all’estero. Poche in Molise, in paragone a quelle che ho fatto fuori. Questo perché mi piace andare a sperimentarmi anche in altre città, in altre realtà. Paragonarmi con altri artisti, non ho paura di andare fuori a portare la mia arte, anzi mi fa piacere. Sicuramente posso dire che fuori regione sono abbastanza conosciuta”.

Ma il legame con la sua terra com’è?

“Nei confronti del Molise non voglio essere ingrata perché questo posto qualcosa mi ha dato, qualche bella mostra l’ho fatta anche qui. Ad esempio l’esposizione al sito archeologico di Altilia, la mostra al Museo Sannitico di Campobasso, al Museo Archeologico di Isernia, alla galleria Limiti Inchiusi.

In Molise ho esposto parecchio, le mie opere sono piaciute e sono state anche molto condivise. Forse, però, ho avuto più fuori regione, dove ho realizzato mostre più importanti, ma devo ammettere che anche alle iniziative promosse  a Roma o a Napoli sono giunti visitatori da Campobasso”.

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