Cultura

Emergenza Coronavirus e scuole chiuse/ La didattica continua online. L’analisi della docente Adele Fraracci

La professoressa Adele Fraracci, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico Statale ‘A.Romita’ di Campobasso, fa una brillante analisi sul metodo della didattica digitale e fornisce spunti di riflessione

La didattica online è diventato il nuovo metodo pilota per insegnare in questo lungo periodo di emergenza sanitaria mondiale. La professoressa Adele Fraracci, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico Statale ‘A.Romita’ di Campobasso, racconta i pro e i contro di questo modo ‘sperimentale’ di far scuola. Di seguito la sua attenta e approfondita analisi.

Vista l’emergenza Coronavirus, la scuola si è trovata precipitata nella didattica online. Come sta procedendo questa esperienza sperimentale? Diciamo che la scuola ha risposto immediatamente “industriandosi” nella didattica on line, secondo i più differenti strumenti e risorse: dalla videoconferenza, alle classi capovolte, al registro elettronico per gli assegni, a lezioni su gruppo – classe in chat, a registrazioni, al mix delle varie e ulteriori modalità. Ha avvertito la responsabilità di non “abbandonare” i propri studenti, nella consapevolezza immediata che la questione Covid-19 non solo era assai seria, ma avrebbe determinato un lungo periodo di sospensione dell’attività didattica, più lungo cioè di quanto fissato nel primo decreto. E infatti così è.

Come procede? Con tutti i limiti oggettivi immaginabili. Intanto sul territorio nazionale non tutti i docenti sono attrezzati da casa, altrettanto vero è che non tutti gli studenti lo sono, ergo questo aspetto potrebbe non garantire pari opportunità e creare, casomai non volendo, esclusioni e difficoltà; nel caso si sia tutti attrezzati, nelle famiglie con più figli ci sono inevitabili problemi per ciascuno a connettersi nello stesso momento con un unico pc e casomai quel pc serve anche per lavoro ai genitori, si potrebbero cioè verificare situazioni di crisi e frizioni in famiglia; bisogna poi pensare a quegli studenti e a quegli insegnanti che stanno vivendo, nelle zone più colpite, il dramma in diretta e in prima persona. Per costoro, scontatamente, la scuola rappresenta l’ultimo dei pensieri. Potrei continuare con ulteriori esempi concreti, ma è inutile, penso di aver reso l’idea, tesa a sostenere che: 1) la scuola dovrebbe entrare nelle case degli studenti in modo “sommesso”, meno legato all’ansia per il contenuto e per il programma da svolgere tout court. Essere cioè presente ma non pressante; 2) la vicinanza e la solidarietà significano in fondo dare dimostrazione ai ragazzi che i loro docenti ci sono, sono presenti e disponibili e non certo significano, come in parte sta accadendo, dare dimostrazioni all’esterno per apparire sterilmente come i “primi della classe” nello gestire questo tipo di didattica; 3) in questa fase la scuola c’è e meritori sono anche quei dirigenti scolastici e quegli amministrativi e operatori ATA impegnati a svolgere il loro ruolo nel segno dell’esercizio del dovere e nel profondere fiducia, fiducia nella autorevolezza e nella presenza delle scuole sul territorio”.

Quali sono le falle di questa didattica, secondo lei? Nel processo di insegnamento-apprendimento le tecnologie sono strumenti, che possono essere validamente utilizzati. Ma rappresentano dei momenti e delle modalità, certamente non sono sostitutivi del dialogo educativo in classe. Pertanto la falla c’è tutta e è inequivocabile”.

 Quali gli aspetti positivi? In questo momento senz’altro quello di aver consentito di “costruire” un ponte che collega studenti e docenti, cercando di dare una parvenza di “normalità” e assicurare una certa regolarità nei rapporti in una situazione che è francamente abnorme e che si vive nella necessità dell’ isolamento fisico”.

Secondo lei c’è egualità tra studenti in questo nuovo modo di fare scuola? No, per le ragioni sopra dette a mo’ di esempio e aggiungo che non si può demandare alle famiglie oneri, tanto più perché non tutte le famiglie possono sopportarli e rispondere allo stesso modo. Del resto si sa che l’ascensore sociale si è bloccato in Italia e nella stessa scuola troppo spesso hanno più successo gli studenti che provengono da famiglie che possono permettersi di offrire attenzione ai figli e seguirli negli studi. La scuola deve recuperare, dopo questa terribile esperienza, la sua più genuina finalità: garantire agli studenti una formazione che non sia una arida somma di contenuti, bensì una palpitante somma di valori da interiorizzare sul piano conoscitivo, razionale e anche sentimentale. Questo lo si può fare lì dove non esiste il dispari ma il pari, ossia nelle aule scolastiche deputate a formare il cittadino e non l’homo  economicus, a tenere in conto gli stili cognitivi di ogni studente, a rispettare – e far rispettare- le diversità di ciascuno e vivere e saper vivere in società”.

Basteranno gli 85 mila euro messi in conto dal Governo per offrire parità di servizio? “Ho letto che sarà rivolta particolare attenzione alle persone con disabilità e si metteranno a disposizione degli studenti meno abbienti dispostivi in comodato d’uso, oltre a investire in formazione a vantaggio del personale scolastico.

Tutto può andar bene, investire nella scuola non è mai un vuoto a perdere, anzi. È fondante per la tenuta democratica del paese.

Ma siamo sicuri che non esistano anche altre priorità ? Direi di si, lo sappiamo bene che esistono e perciò attendo altrettanto solerte impegno da parte del Governo circa le tante questioni che potrebbero restituirci una scuola di qualità. Correre dietro alle emergenze è dura, come si sta registrando in questi giorni. Pertanto su altri fronti altrettanto importanti per la scuola, il Governo avrebbe tempo per non inseguire gli eventi e pianificare invece programmi mirati e ariosi tali da salvaguardare vera parità di servizio e tanto altro, a partire dalla tenuta democratica del paese in termini di sapere e saper essere, oltre che di saper fare”.

 Che approccio stanno avendo gli studenti alla didattica on line? Loro sono nativi digitali, ergo si trovano in parte a proprio agio. Assicuro, però, che sono assai colpiti dal cambiamento e per molti di loro l’edificio scolastico rappresenta lo spazio della vera socialità, dato che negli anni i ragazzi sono stati inchiodati a essere sempre più atomistici e disgregati. In fondo in loro c’è il desiderio di tornare a scuola. Sono consapevoli che però ciò non avverrà in tempi brevi.

Si tenga inoltre presente che da anni, nella mia personale esperienza di insegnante, ho registrato un atteggiamento: gli studenti ricercano spasmodicamente un rapporto con i propri prof, vanno alla ricerca del confronto e di Esempi autorevoli. Evidentemente ne hanno bisogno in un mondo di adulti in cui scarseggiano buoni esempi e che troppo spesso risulta egoista e “caino” nei loro confronti.

In ultimo c’è da dire che proprio perché nativi digitali, la scuola deve offrire, come fa nel quotidiano e nella normalità, fonti e modelli alternativi al digitale, rappresentati ad esempio dai libri, dai manuali, da analisi di pagine, ecc. Del resto neanche va dimenticato che la scuola deve fornire agli studenti l’acquisizione del metodo di studio. Va da sé, pertanto, che alla fine del penultimo anno e sicuramente all’ultimo anno di scuola, gli studenti dovrebbero essere anche in grado di studiare in modo autonomo, senza il continuo ricorso alle lezioni- spiegazioni on line. Se non si riesce a far questo, significa che la scuola ha fallito in una missione nevralgica”.

Che tipo di difficoltà, invece, avete voi docenti? La professione docente si esercita in un contesto fisico, spaziale e temporale. Fare lezione on line è la negazione dell’uomo-misura protagoreo. Bisogna “osservare” tutto dei nostri studenti: le parole, il linguaggio del corpo, finanche i loro sguardi. Nei profili di “normalità” così come in quelli che presentano un qualche disturbo o patologie. Insomma l’aspetto anche empatico è fondante per un buon insegnamento e lo si può garantire davvero solo in presenza, condividendo spazi, tempi, dialogo, fisicità. Questa mitizzazione delle tecnologie sfatiamola per favore. Esse sono mezzi, non fini. Sia chiaro! Chi sostiene il contrario o ha interessi personali o è un vinto, cioè si sente impotente rispetto alla pervicacia di questa operazione che viene condotta avanti con forte dose di fanatismo.

Chiedo poi: si crede che la valutazione possa essere fatta on line, casomai a “quizzetime”? Rispondo: chi crede questo ignora, al contempo, cosa sia la valutazione e cosa sia la scuola. Se quest’anno sarà richiesto, si tratterà di un episodio eccezionale che come tale deve essere circoscritto al qui e ora”.

Sarà la didattica digitale la nuova frontiera della scuola? Per tutte le ragioni prima esposte e per quelle che non possono essere debitamente argomentate in una intervista, ma che pur ci sono, la didattica digitale non è la nuova frontiera. Poi, se più di qualcuno vuole spacciarla per tale, non mi sorprendo per una ragione: nei confronti della scuola da tempo si sono riversati gli appetiti di attori esterni, compresi quelli di società di profitto nel settore della comunicazione e dintorni. Da qui quell’atmosfera di ostinato fanatismo di cui ho parlato più sopra e che sta mirando all’occupazione della scuola “manu militari” da parte di enti, associazioni, para associazioni, imprese e società. Con Antonella Presutti non a caso abbiamo scritto un pamphlet in merito”.

Quando l’emergenza sarà conclusa, secondo lei, gli studenti avranno la stessa preparazione che hanno con la didattica tradizionale? Certamente no. E non solo per i programmi non completamente svolti, ma perché l’insegnamento conta sui tempi distesi, lunghi dell’apprendimento, gli unici che possono centrare il successo formativo e fare in modo che i contenuti possano essere davvero interiorizzati. Insomma i momenti della crescita nel segno della socievolezza e del dialogo educativo sono andati persi. Si recupereranno l’anno prossimo in classe”.

La Ministra Azzolina ha dichiarato che gli studenti non possono la situazione di emergenza che sta vivendo il Paese. È questa una licenza crogiolarsi sugli allori? Purtroppo da tempo c’è una tendenza in Italia, quella a essere autoreferenziali nei più disparati settori e ricercare il facile consenso. Anche in questa emergenza l’ ho vista, fino a registrare lo “speculare” sulla emergenza per apparire i “primi della classe”. Pure nel mondo della scuola? Purtroppo si, ora con dirigenti, in questa emergenza, con missione tecnologica, ora con alcuni docenti , ora con i ministri. L’Azzolina è solo l’ultima di una galleria”.

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