Cultura

La lezione di Domenico Iannacone ai liceali del ‘Romita’: “Il giornalismo d’inchiesta non deve prevaricare sulla dignità dei più deboli”

Le professoresse Chierchia, Fraracci e Presutti con il giornalista Iannacone
Le professoresse Chierchia, Fraracci e Presutti con il giornalista Iannacone

GIUSEPPE FORMATO

Esiste una morale nel giornalismo italiano e, soprattutto, in quello di inchiesta? Non poteva esserci argomento più attuale di quello trattato al Liceo Scientifico ‘Alberto Romita’ di Campobasso questa mattina, mercoledì 16 novembre 2014. Un incontro organizzato da tempo e che va ad arricchire la discussione in atto tra il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino, e la ‘tv del dolore’, tesa solo a fare innalzare i picchi dell’audience.

Interlocutore, e docente per un giorno, dei giovani studenti molisani un giornalista d’eccezione, Domenico Iannacone, che, dopo aver lavorato in Molise, è ormai già da alcuni anni tra i più esperti e lungimiranti cronisti d’inchiesta del Belpaese.

Ex inviato di Ballarò e tra gli autori, nonché ideatori, del programma d’inchiesta di Rai 3, ‘Presadiretta’, ha raggiunto il massimo della notorietà, con ‘I Dieci Comandamenti’, trasmissione, ideata e condotta dal molisano, descritta sul sito ufficiale come “un contenitore di storie morali che prenderanno spunto dal Decalogo biblico”.

Da qui lo spunto per invitare il molisano Iannacone all’incontro ‘Memoria e cittadinanza’ sull’inchiesta morale e le sue interferenze sulla legalità, organizzato dalle docenti Adele Fraracci e Antonella Presutti. Con le due insegnanti, presente anche la professoressa prestata alla politica, oggi assessore al Comune di Campobasso, Bibiana Chierchia.

Alle spalle di Domenico Iannacone, la teorizzazione di Joseph Pulitzer della scuola di giornalismo della Columbia University, risalente agli inizi del Novecento, una sorta di monito per le giovani generazioni: “Al di là della conoscenza, al di là delle notizie, al di là dell’intelligenza, il cuore e l’anima di un giornalista albergano nel suo senso morale, nel suo coraggio, nella sua integrità,  nella sua umanità,  nella sua solidarietà verso gli oppressi, nella sua indipendenza, nella sua dedizione al bene comune, nella sua sollecitudine verso il pubblico servizio […] un giornalista privo di moralità è privo di tutto”.

Da qui l’inizio del racconto della sua esperienza agli studenti, partendo dalle sue origini molisane: “È sempre un piacere essere ospite in una scuola – ha esordito il giornalista a una platea attenta e interessata –, soprattutto in un periodo durante il quale si assiste a uno scollamento tra la professione giornalistica e i giovani. Io sono partito dal Molise, dove ho trascorso intere notti per raccontare storie, poi ho deciso di fare il salto di qualità, spostandomi a Roma, dove ho portato il bagaglio culturale e professionale appreso nella nostra regione. La passione profusa qui l’ho trasportata con me e vi posso dire che la nostra regione è stata un punto di riferimento costante per il mio lavoro”.

Iannacone, originario di Torella del Sannio, si è messo in luce come inviato di punta di ‘Ballarò’, periodo durante il quale ha conosciuto la ribalta nazionale, soprattutto grazie a diverse inchieste, forse, mai effettuate e mandate in onda prima. Fu, infatti, proprio durante il periodo di ‘Ballarò’ che propose al conduttore Giovanni Floris di aver pensato a una inchiesta sul quartiere napoletano di Scampia.

iannacone scientifico 3“Per la prima volta – ha raccontato Domenico Iannacone agli studenti – le telecamere riuscirono ad arrivare a Scampia. Prima di allora non si conosceva tanto di questo mondo oscuro. In quell’occasione, mi aiutarono alcuni personaggi, come Saviano, che all’epoca collaborava col ‘Manifesto’ e stava scrivendo ‘Gomorra’. Fu lui a introdurmi nella piazza di Scampia, un enorme girone dantesco, dove ho visto almeno duecento, forse trecento, persone che spacciavano. Fu un reportage che riscosse grande successo, dovuto al fatto che non mi limitai a raccontare quel che mi potevano dire le Forze dell’Ordine, quindi con tutti i limiti di una mediazione. Raccontai quello che ebbi modo di vedere e mi informai tramite una persona del posto, che fino a qualche tempo prima era stato un pusher di livello e che aveva un forte senso del racconto. Non vi nego che la sua collaborazione mi meravigliò molto”.

Una scelta coraggiosa nel corso della sua carriera fu quella di lasciare ‘Ballarò’, che Iannacone ha spiegato ai liceali con un motivo semplice: un collega impose al giornalista molisano un taglio a un reportage effettuato a Verona.

“Mi reco nella cittadina veneta – il racconto di Iannacone –, dove c’era appena stata l’elezione del nuovo sindaco leghista e, in contemporanea, ci fu una levata di scudi contro i lavavetri, che i cittadini consideravano essere la cosa peggiore che potesse esistere. Un po’ quello che sta accadendo oggi con le proteste a Roma. Terminato il reportage, la troupe mi riaccompagnò alla stazione, dove notai una lavavetri, non rom, il cui sguardo mi colpì. Chiesi all’operatore, che mi stava consegnando le cassette, di riaccendere la telecamera, mi avvicinai alla ragazza e le chiesi cosa stesse facendo. Lei rispose che stava chiedendo l’elemosina e faceva la lavavetri, chiedendomi se mi stava dando fastidio. Io – ha proseguito il giornalista – sono rimasto colpito e in silenzio, così la ragazza mi richiese se mi arrecava disturbo. Ancora un’esitazione da parte mia, prima di risponderle di no. La giovane, in quel momento, aveva rovesciato il punto di osservazione del mio reportage. Una volta montato il servizio, uno degli autori del programma mi disse di recuperare secondi, tagliando quella parte di silenzio. Ma proprio quell’immagine per me era l’essenza del reportage. Mi stavano chiedendo di eliminare il cuore del mio lavoro. In quella occasione nacque la mia decisione di lasciare il programma”.

“C’è una necessità intima per i giornalistiha preso ancora spunto dal suo racconto Iannacone – di non essere sottoposti a nessuna pseudo censura. Quello che troppo spesso avviene. Floris mi chiese il motivo per il quale lasciavo il programma: io devo esprimermi con onestà intellettuale. Quando si ha la possibilità di raccontare, inoltre, occorre saper utilizzare lo spazio e usare le forze narrative nelle giuste direzioni”.

Iannacone, durante la mattinata, è riuscito a catturare l’attenzione, sempre maggiore, degli studenti, entrati vorticosamente nel mondo del giornalista molisano.

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Gli studenti del Liceo Scientifico ‘Romita’ di Campobasso nell’aula magna dell’istituto con Domenico Iannacone

“Un’altra mia inchiesta dalla quale ho appreso tanto – le affermazioni del giornalista – è stata quella relativa al sindaco di Leini, una cittadina piemontese, il cui Consiglio comunale è stato successivamente sciolto per infiltrazioni mafiose. Il primo cittadino faceva parte di una famiglia di imprenditori e anche il padre era stato sindaco. Dopo aver intervistato un pentito in Sardegna, mi recai nella cittadina torinese, dove era finito in manette il padre del primo cittadino. Non fu un’impresa semplice far parlare i parenti del capofamiglia e mentre stavamo rientrando a Roma, vidi una signora anziana che usciva dalla casa dell’imprenditore arrestato. Avevo immaginato che fosse la moglie di quest’ultimo e, così, iniziai a scandagliare il terreno. A un certo punto mi resi conto che stavo mettendo in difficoltà una donna, che poteva essere mia madre. Nel frattempo, davanti a me il postino consegnò una lettera alla signora: non curante della mia presenza l’aprì e iniziò a leggere. Era del marito. In quel momento, in barba alle regole del giornalismo che vogliono che la telecamera sia sempre accesa, feci un gesto all’operatore di non riprendere quel momento, intimo, per la donna, in quel momento debole. Il servizio andò in onda a ‘Presadiretta’ e con l’altra telecamera si vide il mio gesto di allontanare l’operatore. In molti mi scrissero, apprezzando la mia decisione; su ‘Libero’ arrivò la critica di Francesco Specchia, che concluse l’articolo scrivendo a proposito del gesto di fare spegnere la telecamera: <<A questo punto ogni collega, in nome del cinismo della cronaca, l’avrebbe seguita fino al pianto, nella solita terribile violazione d’intimità. […] Quel gesto d’humana pietas, quel rispetto della dignità dei vinti ci ha riconciliati per un attimo con questo sporco mestiere>>. Apprezzai quanto scrisse il collega”.

“Perché vi ho raccontato questa storia? – ha concluso Iannacone –. Beh, il giornalista ha la tentazione di mandare in onda ogni cosa, qualcuno cede a questa logica. In quel momento perdi quell’empatia che il cronista ha stretto con il protagonista del racconto. Io, spesso, quello che non deve andare in onda lo cancello sul posto. In redazione non ce lo faccio proprio arrivare, perché conosco troppo bene il modus operandi all’interno delle stesse. A me, come giornalista, manca un ulteriore passaggio: non devo nemmeno avere la tentazione di mandare in onda qualcosa che possa ledere l’altrui dignità”.

La conclusione con un’amara verità, tornando all’argomento attuale della cosiddetta ‘tv del dolore’: “Ho scoperto che dopo ogni puntata de ‘I Dieci Comandamenti’ i miei protagonisti sono stati contattati dalle trasmissioni ‘La vita in diretta’ e dalle ‘Iene’, per andare a scavare nelle vite di coloro dei quali ho parlato, solo per fare audience”.

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