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Disastro ambientale e picco di tumori: in Prefettura un summit sui pozzi radioattivi di Cercemaggiore. Cui prodest?

pozzi-cercemaggioreMARIA CRISTINA GIOVANNITTI

All’indomani del grande successo che rende i reati ambientali punibili penalmente, dichiarati “delitti contro l’ambiente” il prossimo 25 giugno si terrà un summit in Prefettura a Campobasso con la Commissione Tecnica Prefettizia, formata dai rappresentanti Ispra e alla presenza del Consiglio dei Ministri e del Dipartimento di Protezione Civile. Tema dell’incontro sarà il disastro ambientale in contrada Capoiaccio a Cercemaggiore. Al vaglio i dati emersi dai monitoraggi e dalle analisi ambientali degli ex pozzi petroliferi, oggi dismessi, e di proprietà della Montedison.

La situazione del disastro ambientale in atto a Cercemaggiore è paradossale: dopo oltre 30 anni di sversamenti negli ex pozzi petroliferi, non si conosce la natura dell’inquinamento, non ci sono ancora colpevoli e le uniche vittime sono i cittadini, tra cui sono in aumento i tumori.

Eppure i pozzi radioattivi di Cerce, appaiono quasi come un tipo d’inquinamento ‘legalizzato’, così come la loro trentennale storia ci insegna.
Negli anni ’60, fino agli anni ’90 in contrada Capoiaccio, a tre chilometri dal centro città, c’era un pozzo petrolifero della Selm, società dell’energia della Montedison. Negli anni ’80 la Montedison cominciò a scaricare acque reflue provenienti da Melfi, in Basilicata, una pratica teoricamente non illegale ma alla quale sarebbe dovuto seguire un monitoraggio dettagliato per verificare un possibile inquinamento, che nei fatti non c’èstato.

L’amministrazione comunale, illo tempore, si era già opposta a questa pratica di scarico che era stata, invece, appoggiata dalla Regione Molise, attraverso la delibera di giunta numero 2210 del 10 giugno 1981. Con l’autorizzazione della Regione in tasca, la Montedison, per circa una decina di anni, ha continuato questa pratica. Il Comune ha però impugnato le carte e fatto ricorso al Tar Molise per l’annullamento dell’autorizzazione ma accade che l’udienza non si è mai tenuta e nel 2003, dopo un ventennio, si è estinto il processo.

Il primo parere tecnico sulla ‘non salubrità’ del posto risale al 1987 del Presidio di Igiene e Prevenzione del Molise che definisce le acque reflue di “incerta composizione”. Seguono poi le indagini dei Carabinieri, avviate dopo le segnalazioni dei cittadini che, in quella zona, notano degli strani movimenti di mezzi pesanti in arrivo ed in partenza.
Seguono altri pareri tecnici e sopralluoghi sia da parte dell’Ispra, che dell’Arpa Molise che ha rivelato livelli di radioattività di dieci volte oltre il limite consentito. Ad essere inquinato anche il fosso che costeggia il sito per circa un chilometro, e le falde acquifere che sfociano nel torrente Freddo. Insomma un inquinamento di più ampie proporzioni.

Una situazione che ha allarmato ancora di più dopo le dichiarazioni di ammissione rilasciate dall’ex boss dei Casalesi, Carmine Schiavone, che ha menzionato anche il Molise come focolaio di sversamenti di rifiuti tossici nocivi. Così nell’aprile del 2013 il caso dei pozzi della Montedison e delle vasche di accumulo è arrivata anche in Parlamento, con un’interrogazione posta al Ministro dell’Ambiente. Sempre lo stesso anno, Antonio Di Pietro dell’IdV ha presentato un esposto denuncia alla Procura mentre l’Adiconsum Molise ha fatto richiesta per un Registro dei Tumori nella zona vista l’elevata quantità di neoplasie che colpiscono negli ultimi anni i cittadini di Cercemaggiore.

Anni che passano e soluzioni che non arrivano. Intanto, oggi la zona è perimetrata con un recinto precario e vi sono affissi cartelli che evidenziano la radioattività, ma questo non è sufficiente per tutelare la salute pubblica. Nessuna bonifica e soprattutto ancora non si conosce la quantità, la natura delle acque reflue e i colpevoli de disastro ambientale di Cercemaggiore.

 

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