Cronaca

Il suono delle sirene e la corsa contro il tempo della macchina dei soccorsi: a Genova con gli occhi di un campobassano

Il suono delle sirene che taglia il silenzio della vallata è disarmante. Il primo racconta la corsa contro il tempo della macchina dei soccorsi, il secondo parla invece di come, minuto dopo minuto, ora dopo ora, l’incredulità stia lasciando spazio al dolore.

Qualcosa che non doveva accadere è accaduto. A Genova, intorno alle 12, in un 14 agosto qualunque, su una strada in cui molti stavano percorrendo per raggiungere mete turistiche, per trascorrere giorni felici. Giorni che per molti, semplicemente, non ci saranno più.

Mentre le immagini dell’ennesima tragedia all’italiana stanno facendo il giro del mondo, ad osservare da vicino una scena che nessuno avrebbe voluto vedere, c’è anche un campobassano, in villeggiatura proprio a Genova.

A pochi passi da quei circa duecento metri del ponte autostradale Morandi che si è sbriciolato in pochi attimi, il giornalista del capoluogo molisano, Giorgio Mascione, continua a non credere a cosa sia accaduto. Lì, a pochi passi dall’abitazione di famiglia in cui si trova.

Da quella finestra che affaccia sulla stazione non è difficile capire che qualcosa di drammatico è davvero successo: “i convogli sono fermi. Il crollo – dice Giorgio – ha provocato danni alla linea elettrica.  Nella valle dove c’è il ponte (Valpolcevera ndr), c’è un silenzio incredibile, si sentono solo le sirene della Polizia e delle ambulanze”.

In un 14 agosto in cui il rumore di arrivi e partenze avrebbe dovuto invadere il capoluogo ligure, l’orologio si è praticamente fermato.

È solo il suono incessante delle sirene a ricordare che la macchina dei soccorsi no, quella non può fermarsi. Non ora.

Fino all’ultimo corpo, fino all’ultima vittima, nella speranza che quel numero, proprio quello che certifica la gravità di quanto accaduto, non sia destinato ad aumentare troppo. Ora dopo ora. Minuto dopo minuto.

E tra quelle sirene, ci sono ancora le speranze e le preghiere dei soccorritori di poter salvare ancora vite umane. Quelle speranze che gli italiani ormai conoscono troppo bene, mentre qualcuno, attraverso i media, inizia già a parlare di responsabilità e di quelli che saranno processi postumi. Quelli che troppo spesso in Italia designano colpevoli senza insegnare mai niente a nessuno.

 

 

redazione

CBlive

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