Impara l'arte con... CBlive e Sergio Marchetta

‘Impara l’arte’ presenta Luigi Farinaccio: un curioso con la chitarra in mano

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Luigi Farinaccio con Sergio Marchetta

SERGIO MARCHETTA

Venticinque anni fa conobbi un ragazzino dai capelli scuri e gli occhi timidi; uno dei miei compagni di classe che più mi è rimasto in mente nel corso del tempo; uno di quelli che, con il senno di poi, non stenti a definire un “curioso della vita”. Così oggi, dopo tutti questi anni, me lo ritrovo di fronte con gli stessi lineamenti ma con una chitarra al suo fianco e un’armonica tra le mani.

Luigi, tu nasci in Belgio ma in tenera età ti trasferisci a Gildone, in Molise. In questo percorso attraverso l’infanzia e l’adolescenza di “ragazzo di paese” quando hai deciso che la musica sarebbe diventata la tua ragione di vita?
“In realtà non posso collocare in un momento ben preciso questa scelta. Comunque già molto presto, verso gli ultimi anni della scuola elementare ricordo l’emozione che mi trasmettevano l’orchestra o il cantante che si esibivano in occasione delle feste di paese; all’epoca non avevo ancora competenze particolari visto che mi sono avvicinato attivamente alla musica intorno ai quindici anni, ma di sicuro quelle piccole esperienze mi hanno insegnato a captare la bellezza delle note e mi hanno spinto a cimentarmi nel creare qualcosa che fosse musicalmente mio”.

E così sei arrivato ad essere non solo un musicista attivo sul palco e creativo nelle idee ma anche un insegnante.
“Sì, oggi abbino l’attività didattica a quella live. Insegno chitarra ai ragazzi delle scuole medie. In ogni caso vedo i due ambiti molto complementari: trasmettere il sapere musicale ai miei alunni è in sinergia con quello che poi porto sul palco. Più che impartire nozioni teoriche penso sia fondamentale trasmettere ai giovani la passione per la musica e la capacità di ascolto”.

Oggi il binomio giovani-musica porta spontaneamente a pensare ai talent. Che posizione hai rispetto a questo fenomeno mediatico e sociale?
“Certo, il talent oggi rappresenta un’opportunità nuova, ma resta pur sempre un format televisivo limitato nel tempo. Più che a scoprire degli artisti il talent punta a costruire dei personaggi; personaggi che poi restano confinati nel tempo e sostituiti da altri che arriveranno alla nuova stagione, in una sorta di ‘tritatutto’ musical popolare. Io arrivo dal percorso dello studio e del Conservatorio che forse oggi è un pò fuori moda. Il problema è che il talent rischia di diffondere nei giovani degli stereotipi negativi. A questo si aggiunga il fatto che ormai l’industria discografica, in profonda crisi, tende a investire quasi esclusivamente su fenomeni del genere in quanto sono già sponsorizzati dallo stesso format televisivo e quindi meno impegnativi economicamente. Tutto ciò magari a discapito della qualità”.

Chi ti conosce associa inevitabilmente l’immagine del tuo viso a quella della chitarra. Cosa rappresenta per te la tua seicorde?
“Secondo me la chitarra è lo strumento più bello che esista. E’ un oggetto vivo, trasmette emozioni già solo a guardarla e poi è sicuramente il mezzo a me più congeniale per poter scrivere canzoni; le mie canzoni nascono tutte chitarra e voce. Le fasi dell’arrangiamento e della digitalizzazione sono altrettanto importanti ma comunque successive”.

‘Tempo imperfetto’ è il nuovo album che stai promuovendo in questo periodo: cosa esprime questo disco?
“Penso che il titolo riveli già molto. ‘Tempo imperfetto’ è anche il titolo del brano d’apertura e rappresenta fondamentalmente l’emblema del periodo storico attuale; ma imperfetto è anche il tempo delle emozioni, dell’adolescenza, delle sensazioni che si affacciano quando stai per scrivere una canzone”.

Il brano che apre il disco, dal punto di vista testuale, è una poesia vera e propria. Mi ha colpito in particolare la frase “io bambino curioso”. Quanto è importante rimanere bambini e curiosi per essere dei buoni artisti?
“Questi sono ingredienti primordiali dell’arte e della musica. Io mi pongo sempre con gli occhi di un bimbo nei confronti della vita”.

Ti senti più musicista, autore o interprete?
“Io mi sento più cantautore”.

Cosa vorresti lasciare in eredità in quanto artista?
“Le mie canzoni, qualche disco in più, la vitalità delle note, l’immortalità che la musica regala come un meraviglioso bonus a chi ne vive tutti i giorni come me”.

Quale messaggio vuoi inviare al ragazzino che vorrebbe iniziare ad avvicinarsi seriamente alla musica?
“Io dico semplicemente che è necessario studiare. Perchè è a partire dallo studio che si comprende quanto la musica restituisca più di quello che le si dà; a prescindere dal successo. E’ un errore gravissimo avvicinarsi alla musica e a uno strumento per l’ambizione di sfondare. Sarebbe come se un ragazzo si appassionasse al gioco del calcio con l’unica pretesa di diventare un fuoriclasse. La musica deve essere innanzitutto esprimersi divertendosi”.

Poche domande sotto un meraviglioso sole gildonese sono bastate a capire cosa porta ad essere Luigi Farinaccio un artista della parola e della musica: la curiosità. Un elemento tanto comune eppure talvolta poco coltivato. Luigi non smette mai di intrigare la vita e questo lo rende un eterno semplice ragazzino dall’intelligenza spiazzante.

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