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Generazioni e culture diverse insieme per imparare “a cavare” la pasta. A Piazzetta Palombo si chiude ‘La settimana del buon invecchiamento’

13177448_1115536908496375_223387151905547573_nLi chiamano ‘anziani’ ma il termine corretto sarebbe, in questo caso specifico, ‘diversamente giovani’. Nel pomeriggio di ieri, domenica 15 maggio, sotto una pioggia battente che non lasciava ben sperare, si è tenuto l’ultimo evento che ha chiuso il programma della seconda edizione de ‘La settimana del buon invecchiamento’, dal tema “La terza età e le ARTI”, indetto dall’assessorato alle Politiche per il Sociale di Campobasso insieme all’Asrem, al Centro Alzheimer e ai Centri Sociali Anziani. Piazzetta Palombo, a Campobasso, si è trasformata in uno speciale e suggestivo ristorante all’aperto grazie alla preziosa partecipazione e collaborazione di cuochi esperti e ‘clienti’ d’eccezione: i migranti del Centro di Accoglienza Temporanea dell’Eden di Campobasso, hanno preparato piatti etnici che sono riusciti a conquistare il palato dei tradizionalisti più scettici, mentre i riflettori erano tutti puntati sui tre cuochi di rara maestria del csa San Giovanni che, in collaborazione con il pastificio “La Molisana”, hanno dimostrato ad amici e curiosi come si “cava” la pasta, come da acqua e farina prende vita uno dei piatti d’onore della tradizione molisana: i cavatelli.

La simpatia e la voglia di stare insieme, tra un impasto e l’altro, sono stati i veri protagonisti dell’evento culinario. Lucia Sibelli, Anna Tacchio e Salvatore Dudiez hanno animato la piazza con la loro abilità, professionalità e irresistibile simpatia.

Farina, sale e acqua – hanno spiegato alla platea intenta a osservare ogni importantissimo passaggio – e quando la pasta è contenuta, si fa riposare e poi si cava. Quando il cavatello sale su, sono pronti”. Sembra facile a dirsi, ma l’arte di saper impastare, di saper cogliere la consistenza giusta e quella finale di ‘cavare’, non è cosa da poco. E, ancor più rara, è la contagiosa allegria che queste persone, queste biblioteche viventi, riescono a infondere ovunque vadano. Mentre si assiste al lavoro di manualità, le voci si ricorrono, si accavallano, si interrompono per fare posto a battute, ricordi passati e risate fragorose. L’arte di saper prendere ogni giornata di pioggia nel verso giusto, di saper coinvolgere giovani e meno giovani, di volersi riunire con la scusa di ‘insegnare a cucinare’: quella è l’arte più ambita e, no, quella non si impara. La si ha.

lamù

 

 

 

redazione

CBlive

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